Compagnia di San Paolo – Newsletter
“Kamal oggi vive in Svezia dove lavora e va a scuola”.
“Mourad è ancora impiagato come educatore alla pari”.
“Mohamed lavora presso una cooperativa”.
“Azidine è impiegato in azienda”.
“Ahmed è impiegato come educatore pari e va a scuola”.
“Rocky è impiegato come educatore pari e va a scuola”.
“Beppe è impiegato come educatore pari e frequenta l’Università”.
“Adil lavora presso una cooperativa”.
“Mohamed lavora presso una cooperativa e si è sposato”.
aaSembrano i titoli di coda di un film. Sono infatti titoli di coda, sì, ma di un libro, uno smilzo opuscoletto che racconta grandi storie di oggi. Vere e dure, ma per i nove ragazzi citati sono state a lieto fine. Per ora. Sono i nove protagonisti del saggio curato dagli educatori dell’Oratorio San Luigi di Torino, guidati da un parroco salesiano, Don Cesare Cece. Il saggio racconta i primi due anni di esperienza di una nuova forma di fare educazione all’integrazione, la “peer education” ossia, letteralmente, educazione dei pari, di giovani verso altri giovani. Don Cesare Durola, anima e braccio di questa attività, riflettendo sulle potenzialità dei giovani di strada che frequentavano l’oratorio, si era chiesto: “perché non proponiamo a qualcuno di loro – a quelli che consideriamo più motivati, quelli che finora ci sono stati più vicini, quelli che si sono dimostrati un minimo responsabili ed in modo informale sono stati capaci di porre attenzione all’ altro, di modificare il loro stare con noi, di impegnarsi al nostro fianco, nei nostri progetti e nelle nostre attività, soprattutto sulla strada?”
aaSono nati così i progetti del “Centro di accoglienza giovanile per minori stranieri non accompagnati” (Nomis, sostenuto dalla Compagnia di San Paolo e dall’Ufficio Pio della Compagnia di San Paolo – vedi l’articolo di Franco Prina sulla newsletter n 2 /2010)” e l’educativa di strada dell’oratorio San Luigi. Da tempo una malattia ha costretto don Cesare ad allontanarsi dalla sua attività, ma il suo insegnamento è portato avanti da suoi collaboratori che hanno assorbito il suo credo con intelligenza e passione. Persone che hanno saputo scoprire le tante individualità dei ragazzi immigrati che si incontrano nelle nostre città e andare oltre le visioni stereotipe e i pregiudizi che alimentano le ostilità e consolidano i rischi di marginalità, ribellione e devianza. Persone come Matteo Aigotti, che scrive “La mia esperienza di responsabile del progetto sull’educazione dei pari è sicuramente positiva.Resta ora da chiedersi: come l’esperienza svolta con noi ha influito e influirà sul percorso della loro vita? Cosa hanno imparato? Sono domande impegnative alle quali potremo dare risposta solo in futuro e con molta probabilità la risposta non sarà data a noi.” In queste parole si legge la consapevolezza di un percorso di lavoro e di vita diffici le, esattamente l’opposto del “voglio tutto e subito” che va di moda oggi. Ma intanto, a quei nove ragazzi, auguriamo che il lieto fine sia per sempre e che lo sia anche per molti altri come loro.
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