Il pescatore di giovani persi
”Li riconquisto con una porta e il pallone” Don Durola dell’oratorio San Luigi
da La Stampa
articolo di FAVRO GIOVANNA
Don Cesare Durola ha 40 anni, ed e’ un salesiano che sembra un prete da film. Non si veste da prete, porta una croce sul petto e ha un furgone un po’ scassato, tutto colorato e coperto di scritte, che parte ogni giorno dal suo oratorio, il «SAN LUIGI» di via Ormea 4: un posto chiassoso frequentato da 800 ragazzi, in cui c’e’ un gran da fare. Non chiude mai, offre sale giochi, palestra, spazi aperti, saloni, bar. Con l’aiuto di 40 fra educatori, allenatori sportivi e volontari, ci si fanno un sacco di attivita’. Corsi di italiano, basket, calcio, pallavolo, arti marziali, laboratori di musica, danza, teatro. Tutto questo, pero’, a don Cesare non basta. «Tre anni fa ho sentito l’esigenza di andare a cercare i ragazzi la’ dove sono, di non accontentarmi di quelli che ho in oratorio». Sopra il furgone don Cesare e i suoi ragazzi – l’educativa di strada e’ coordinata da Matteo Aigotti – caricano ogni giorno una strana attrezzatura. Due porte da calcio, il calciobalilla, palloni, chitarre, attrezzi per la giocoleria. Si parte, e si va dove ci sono i ragazzini. In piazza Bengasi, ai giardini Cavour, ma soprattutto ai Murazzi, tra BABY PUSHER stranieri e teenagers italiani attratti dai locali, e al parco del Valentino, fra chi ha mollato la scuola, piccoli spacciatori e giovani che vendono spugnette e vivono per strada. Don Cesare non fa distinzioni fra bianchi e neri, tra piccoli delinquenti e chi non ha voglia di studiare e passa i pomeriggi a far flanella tra motorini e skateboard. «Chi c’e', c’e’. Noi arriviamo la’ dove si incontrano, tiriamo fuori le porte, e non servono tante parole. Davani al pallone, sono tutti uguali. Cominciamo a giocare, poi diciamo: ”Facciamo una partita?”, e c’e’ sempre chi ci sta. E se ci mettiamo a suonare, o a fare i giocolieri, dopo un po’ si avvicinano a guardare». Non servono parole. Quelle vengono molti giorni dopo. Col furgone, «qualche volta sbarchiamo anche in 20, ma di solito in 5 o 6: andiamo in territori dei ragazzi, che non dobbiamo invadere. Non andiamo a comandare ne’ a far domande, ma a diventare compagni di piazza». Si gioca, si suda, e il giorno dopo si torna. «Ci chiedono: ”Siete poliziotti?” E noi: ”No, siamo dell’oratorio SAN LUIGI, e siamo venuti a giocare a pallone». Da’i oggi e da’i domani, i ragazzi si aprono, scherzano, raccontano bisogni, esperienze, problemi. «Uno non ha casa, uno ha lasciato la scuola. Uno usa droga, uno la vende, un altro non sa che fare del suo tempo e del suo futuro». E’ il caso piu’ frequente fra gli italiani che mollano definitivamente la scuola: «Si lasciano andare a un nulla, un dolce far niente che li prende come un laccio, una sabbia mobile che li imprigiona. Li rende sempre meno capaci di impegnarsi, di alzarsi presto, di accettare delle regole». Cosi’ «bivaccano. A quell’eta’, il tempo libero non organizzato e strutturato diventa una piaga. Per di piu’, fanno niente, ma vogliono soldi lo stesso». Il continuo ”non mi interessa” «comporta un grosso lavoro di rimotivazione». Per chi lascia la scuola c’e’ una formazione diversa, e per chi non ha famiglia don Cesare ha una comunita’, in cui dalla scorsa estate ha inserito una trentina di extracomunitari. Loro, dice Matteo Aigotti, «si cerca di avviarli alla scuola media, e poi a corsi professionalizzanti». Come quelli dei salesiani, da Valdocco all’Agnelli, per meccanici, tornitori, fresatori, tipografi, elettricisti «e altri mestieri concreti – dice don Cesare -, buoni anche per gli italiani che non stanno sui banchi». Quando si diventa amici (dal furgone scendono anche psicologi ed extracomunitari di ”peer education”, usciti da storie di strada e di droga) «si capisce di quali bisogni sono portatori i ragazzi – dice Matteo – e si puo’ organizzare un percorso insieme». Se usano droga si collabora col Sert, se sono clandestini con l’ufficio minori. I BABY PUSHER sono difficilissimi, perche’, dice il salesiano, «sono abituati ad avere molti soldi facili. Parlo di extracomunitari, ma anche di italiani che spacciano nei locali». Di due cose, pero’, e’ sicuro: «Tutti i ragazzi hanno in comune i bisogni primari: amicizia, ascolto e amore». E poi, «anche se alcuni non sono disposti a fare sacrifici per realizzarli, tutti i giovani hanno dei sogni».




