MOHAMED L’ANGELO DEI RAGAZZINI
Un ragazzo tra i ragazzi dell’oratorio, appena un po’ più vecchio. Stessa felpa, stesso berretto, stesso modo di muoversi. Mohamed K., 19 anni, ha cambiato vita ed è per questo che sta con loro. «Ho girato pagina una volta per tutte. E’ giusto un anno – racconta, in ufficio dell’oratorio salesiano San Luigi – che la polizia è venuta a prendermi nella fabbrica di corso Stupinigi dove dormivo. Adesso che tutto è diverso provo un senso di gratitudine. Mi seguivano da un anno, l’ispettore me l’ha detto: aspettavano che commettessi un reato da maggiorenne, per sbattermi in galera. E alla fine ce l’hanno fatta, anche se per reati commessi da minore: avevo venduto fumo agli sbirri e avevo rapinato un ragazzo. Quel ragazzo mi ha riconosciuto in foto. In quel periodo avevo bisogno di 200 euro al giorno: per le anfetamine, il fumo, per mangiare, comprarmi bei vestiti, andare in discoteca».
Prima di arrivare lì, nella cella del «Ferrante», Mohamed di strada ne aveva fatta. A 8 anni i suoi genitori lo avevano mandato a Torino da uno zio che avrebbe dovuto iscriverlo a scuola. «Invece, mio zio mi aveva messo a vendere fazzoletti per strada». Dopo un anno finisce in comunità. Tre mesi e viene rimpatriato. Ma a 10 anni ritorna. Finisce a dormire a Porta Susa in compagnia di sbandati che lo usano per il trasporto delle dosi nella zona di piazza Statuto. «Mi muovevo in pullman. Un anno e mezzo, poi ancora la polizia, e la comunità: sei anni, ad Acqui Terme, nei quali ho preso la licenza media e una qualifica da fresatore». Ma un giorno i servizi sociali stabiliscono che è grande abbastanza per tornare a Torino: nel posto sbagliato, un centro di accoglienza dove c’è di tutto. «Ho conosciuto gente che spacciava. Sono andato con loro».
Mohamed diventa dipendente dalle «pastiglie», roba venduta illegalmente, intanto si fa il suo giro di clienti e riesce anche a mandare soldi ai suoi, che lo credono muratore. E’ il periodo della collina dello spaccio al Valentino. «Di giorno c’eravamo noi marocchini con il fumo, la sera gli africani con l’eroina. Ma a gestire eravamo noi. Allora avevo una ragazza. Era italiana, andava a scuola. Mi diceva di cambiare vita, che prima o poi mi avrebbero preso. Ma a me non mi importava niente. Mi importava solo dei soldi, dei clienti niente. Erano italiani, ma se anche fossero stati marocchini sarebbe stato lo stesso. Non avevo scrupoli. Compravo pastiglie, vestiti, andavo in piazza Castello a bere e fumare, ai Murazzi». Ma la paura c’era. «Alla fine mi hanno preso. Perché ti prendono, non può funzionare. In carcere ho fatto sette mesi. La psicologa, l’assistente sociale, un’educatrice mi dicevano: “Stai buttando la tua vita”».
E Mohamed ha promesso di cambiare. «A novembre don Cesare Durola ha accettato di prendermi qui. Devo fare due anni: faccio il giardiniere con una borsa lavoro, aiuto in comunità alloggio, dove vivo, e accompagno gli educatori di strada. Quando vedo dei ragazzini che fanno quel che facevo io, ci sto male. Gli racconto la mia vita, gli dico che quella è una strada senza uscita». Da novembre a oggi in cinque hanno lasciato lo spaccio. Un successo che Mohamed sente anche un po’ suo.




